
La storia del piccolo Eroe
Un guerriero di soli due anni. Una speranza infranta. Un cuore che non ha mai battuto come doveva.
Febbraio 2026 · Ospedale Monaldi · Napoli
Questa è la storia di un guerriero di soli due anni. Una storia che inizia con una speranza, attraversa il buio di un errore inspiegabile e finisce nel silenzio di una stanza d'ospedale a Napoli. È la storia di Domenico, il bambino che aspettava un cuore, ma che ha trovato un destino troppo crudele anche per la medicina più avanzata.

Siamo a dicembre 2025. Domenico è nato con una miocardiopatia dilatativa. Il suo cuore è troppo grande, troppo debole per pompare la vita. L'unica via d'uscita è un trapianto. La notizia arriva: c'è un donatore. Sembra l'inizio di una nuova vita.
Ma qualcosa va storto. Quel cuore, che doveva essere il motore della sua rinascita, arriva al Monaldi di Napoli già "spento". Si parla di un errore nel trasporto, un contenitore per le bibite e ghiaccio a secco con temperature -40° piuttosto che +4° temperatura raccomandata. L'alta temperatura ha bruciato i tessuti. Un viaggio della speranza che ha trasformato un dono in un guscio vuoto.
Domenico esce dalla sala operatoria non con un cuore nuovo, ma con una macchina: l'ECMO. Un groviglio di tubi che respira e batte al posto suo.
Il volto della speranza

Un bambino di soli due anni. Occhi pieni di curiosità e meraviglia. Un orsetto di peluche come compagno fedele. Domenico era un guerriero prima ancora di saperlo. La sua lotta non era contro il male, ma per la vita stessa.

Per 57 giorni, il tempo al Monaldi si ferma. Domenico vive in un limbo di metallo e plastica. Sua madre, Patrizia, è un'ombra costante accanto al suo letto. Gli stringe la mano, gli parla, conta i suoi respiri meccanici.
Fuori dall'ospedale, la giustizia inizia a muoversi. Si aprono inchieste, si cercano i responsabili di quel trasporto maledetto. Ma dentro quella stanza, la battaglia è contro le infezioni, contro le emorragie, contro un corpo che si sta stancando di lottare.
“Sono distrutta, ma fin quando mio figlio respirerà la speranza non muore. Non posso arrendermi ora. Continueremo a valutare anche strade estere.
— Patrizia Mercolino, madre di Domenico

Arriviamo a metà febbraio 2026. Sembra esserci un'ultima, flebile luce. L'Heart Team dice che Domenico è ancora in lista. E poi, la sera del 17 febbraio, accade l'incredibile: c'è un altro cuore. Un cuore compatibile, pronto per lui.
I medici devono verificare se il cervello di Domenico è ancora lì, se può reggere un altro intervento. Sospendono la sedazione. Aspettano un segno, un movimento, un risveglio. Ma Domenico non apre gli occhi. Una TAC rivela la verità più amara: una nuova emorragia ha devastato il suo cervello.
Il 18 febbraio, i luminari del trapianto italiano si riuniscono. Ore di silenzio e dati clinici. Poi, il verdetto: "Non è più trapiantabile". Quel cuore nuovo, che poteva essere suo, viene inviato a un altro bambino. Per Domenico, la medicina ha finito le sue armi.

Cosa resta quando la speranza si spegne? Resta la dignità. I medici parlano di "sedazione compassionevole". Non è una parola fredda, è un ultimo atto d'amore. Significa spegnere il dolore prima di spegnere le macchine.
Patrizia, la madre guerriera, si arrende alla realtà. La rassegnazione non è sconfitta, è l'accettazione di un destino che ha deciso di riprendersi Domenico.
“La mamma è rassegnata all'idea che il figlio non ce la farà. Glielo hanno detto gli esperti e non abbiamo motivo di contraddirli.
— Francesco Petruzzi, legale della famiglia
In queste ore, nel reparto di terapia intensiva, il rumore delle macchine sta per lasciare il posto al silenzio. Domenico verrà accompagnato in un sonno profondo, dove non esistono cuori bruciati o trasporti sbagliati. Un sonno dove potrà finalmente riposare.
Domenico, nato con miocardiopatia dilatativa, riceve un trapianto di cuore. L'organo si rivela irrimediabilmente danneggiato durante il trasporto. Inizia il ricovero in terapia intensiva al Monaldi.
57 giorni in terapia intensiva, sostenuto dall'ECMO. Sviluppa infezioni, emorragia cerebrale, compromissione degli organi. La famiglia attende un cuore compatibile.
L'Heart Team valuta Domenico ancora operabile. Resta in lista per il trapianto. La madre lo definisce 'un guerriero'.
Si rende disponibile un cuore pediatrico compatibile. Viene sospesa la sedazione per verificare le condizioni neurologiche.
Domenico non si risveglia. La TAC rivela una nuova emorragia cerebrale. Il consulto dei massimi esperti nazionali decreta: non è più trapiantabile. Il cuore viene destinato a un altro bambino.
Viene comunicata la decisione di accompagnare Domenico al fine vita tramite sedazione compassionevole. La madre è al suo fianco.
La sedazione compassionevole non mira a causare la morte, ma a rimuovere la percezione del dolore e della sofferenza durante il processo naturale del morire. È regolata dalla Legge 219/2017 ed è considerata un atto di cura, non di interruzione della vita.
Si aumentano i farmaci sedativi fino alla perdita totale della coscienza. Poi si procede alla sospensione graduale dei supporti vitali. Il cuore, non più sostenuto dalla macchina, smette di battere naturalmente, mentre il bambino continua a "dormire" senza accorgersi di nulla.
Quando la guarigione non è più possibile, il miglior interesse del bambino si sposta dalla sopravvivenza biologica alla garanzia di una morte dignitosa e priva di dolore. Un secondo trapianto sarebbe stato accanimento terapeutico.
Parallelamente, la Procura indaga sul primo trapianto fallito. Il focus è sul ghiaccio usato per il trasporto dell'organo. Il Governatore della Campania ha inviato al Ministero della Salute una relazione di 290 pagine degli ispettori regionali.
Mentre la giustizia cercherà di capire chi ha sbagliato con quel primo ghiaccio, Napoli piange un piccolo eroe che ha lottato per due mesi contro l'impossibile. Domenico se ne va senza dolore, cullato dalle mani di una madre che non lo ha lasciato un solo istante.
Questa era la storia di Domenico. Una storia che ci ricorda quanto sia fragile la vita e quanto, a volte, l'unico atto di coraggio rimasto sia saper dire addio.